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lunedì 12 agosto 2019

Intervista. Il dirigente comunista: la fortuna di Salvini è colpa dei 5s. Sono recuperabili? Se perdono

Macaluso: «Una destra pericolosa, nessuno ora indebolisca il centrosinistra»


Per orientarsi nella crisi di governo di questi giorni non si può trovare una traccia in una delle altre della storia repubblicana. Questo spiega Emanuele Macaluso, che pure di crisi di governo ne ha viste e vissute tante: da dirigente comunista, da sindacale, da direttore dell’Unità. A marzo ha festeggiato – anche qui sul manifesto – i suoi 95 anni. Ma, «una crisi così prima non poteva succedere», ragiona. E il motivo è semplice: prima «c’erano i partiti, le personalità politiche».
Di Maio, Conte e Salvini. Ecco le personalità di questi tempi. Che opinione ne hai?
Di Maio sembra uno che ha vinto la lotteria: vicepresidente del consiglio e due ministeri. E crede di sapere i numeri. Diciamo le cose come stanno: è un ignorantello, non ha cultura, né generale né politica, non ha storia, non esiste al mondo una persona che passa da quello che ha fatto, cioè niente, a vicepresidente del consiglio. Già questo dice cosa è stato questo governo. Non ha mai letto un libro, non so neanche se prima leggeva i giornali.

Inadeguato.
Diciamo le cose come stanno: sono stati loro. È stato Di Maio a costruire le fortune di Salvini. Che è arrivato al 36 per cento grazie a Di Maio. E a Conte. Gli hanno fatto fare quello che voleva. Gli hanno approvato tutte le leggi. Il cosiddetto ministro dei trasporti (Toninelli, ndr) gli ha chiuso i porti. Il presidente del consiglio, che costituzionalmente è il responsabile della politica del governo, non ha detto mai una parola su questo. Come se non ci fosse. Ha consentito che Salvini non facesse il ministro: non andava al Viminale, cambiava casacche, un giorno poliziotto, poi pompiere, poi finanziere. E Conte muto. Salvini è stato costruito dall’impotenza, dall’incapacità, dalla miseria politica dei grillini. Solo oggi che Salvini li messi fuori se ne sono accorti.

Conte in queste ore rivendica il suo ruolo. I 5 stelle sono emendabili, redimibili?
Conte si è accorto di essere presidente del consiglio da poco. Sono emendabili? Bisogna vedere come andrà il voto. Se diventano un partito marginale forse si innescherà un processo politico.
Il Pd, con altre forze di centrosinistra – +Europa, Leu, altre – tutti insieme potrebbero superare il 30 per cento. A quel punto il sistema tornerà ad essere destra, estrema, contro centrosinistra. Anche con quelli che oggi pensano che ci voglia un partito centrista: ma un partito non si inventa a tavolino, o c’è o non c’è.
In quel caso c’è qualcosa da recuperare nei 5 stelle?
C’è una destra estrema molto pericolosa. Il problema centrale è la battaglia per la democrazia e le libertà, perché oggi questo è in discussione. E la questione sociale si è innervata con quella della libertà e della democrazia. Dunque i 5 stelle sono emendabili? Non lo so, se saranno un partito minore, se sparisce Di Maio e torna a fare quello che faceva – cioè niente -, se si sganciano da Rousseau e dalla dipendenza da Casaleggio. Forse la sconfitta può innescare processi che ora non possiamo rivedere.

Dicevi che la destra nazionalista è pericolosa. Questa legislatura ci lascia istituzioni indebolite, come ha detto Rino Formica a questo giornale?
In questa legislatura il parlamento non ha contato niente, tranne che per fare le leggi che servivano a Salvini. L’occupazione dell’informazione pubblica è sfacciata, basta guardare il Tg2. Ci sono le minacce ai giornalisti. Davanti al cronista di Repubblica (Lo Muzio, che ha ripreso il figlio di Salvini su una moto d’acqua della polizia, ndr) Salvini poteva chiedere scusa. E invece no, ha voluto dare un segnale: per i giornalisti che non sono servi c’è il disprezzo, il tentativo di ammutolirli. Questi miserabili dei grillini hanno tentato di uccidere Radio Radicale, il manifesto, l’Avvenire, i giornali locali. Quello che è avvenuto in questa legislatura è la premessa a possibili sviluppi peggiori.

Ora Salvini chiede agli elettori: «Datemi pieni poteri». Cosa vuol dire questa frase?
Ecco, l’altro problema, che per me è il principale del sistema democratico italiano, è un pauroso abbassamento della cultura politica di massa. Un bracciante siciliano dei miei tempi aveva più cultura politica di quanta ne abbia Conte o Di Maio.

La tanto criticata educazione politica dei vecchi partiti non erano le Frattocchie, era il rapporto con le masse popolari, che ora si chiama ‘il territorio’. C’erano i giornali delle forze politiche, le riviste, le sezioni, si parlava con le persone. Tutto questo è finito, non da oggi, da trent’anni.
 Oggi i politici parlano alla pancia perché alla testa non parla nessuno. Oggi non si conosce e non si riflette su cosa succede nel resto mondo.
Sulla «situazione internazionale», come si diceva ai tempi del Pci?
Perché si sapeva che c’era un rapporto con la realtà che vivevi. Ecco, un’altra istituzione in pericolo è in Europa. Non so se Salvini pensa all’uscita dell’Italia dall’Unione, ma ha già annunciato che la conflittualità antieuropea sarà durissima. Ho letto sul Corriere l’intervista a Bannon. Rivela i rapporti con l’estrema destra americana e con Putin. Tutte forze antieuropee.

Salvini è eterodiretto?
Non dico questo, ma ha un’ispirazione politica nelle forze di estrema destra in America. E con Putin, che vuole fottere l’Europa.

Tu sei amico di un presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, considerato molto interventista. L’attuale presidente Mattarella ha un altro stile. Ma credi che ci sia bisogno di una sua azione più esplicita?
Conosco bene Mattarella. È un democratico, uno su cui il paese può fare affidamento. Forse non è riuscito ad avere uno staff all’altezza. E in una situazione del genere, glielo dico con grande amicizia, il presidente della Repubblica deve usare le sue competenze costituzionali fino in fondo. Se è vero quello che penso sui pericoli che corre il paese, certo al presiedente si pongono problemi seri e nuovi. La garanzia di alcune istituzioni, compreso ruolo del parlamento, si porrà in maniera più acuta. Ma ho fiducia che lui possa affrontare questi temi con energia. Non è un pavido, nel 1990 non esitò a dimettersi da ministro (contro la legge Mammì, ndr).

E siamo arrivati al Pd. 
Ma la storia comincia con il Pds e i Ds. L’obiettivo del governo era un problema importante per gli eredi di un partito, il Pci, che era stato sempre fuori dal governo, tranne che subito dopo la Liberazione e poi con Moro, nell’area di governo. Ma non poteva essere l’unico obiettivo: quei dirigenti non hanno più posto attenzione ai processi sociali, culturali e sociali. Altrimenti non si spiega che sia avanzata questa destra, anche nel Mezzogiorno dove la Lega tifava per l’Etna e il Vesuvio. È avvenuto un processo in cui le generazioni che c’erano e quelle che sono venute dopo hanno perso le fondamenta di una forza democratica di sinistra. È stata spazzata via la presenza nel territorio, il rapporto personale, nei quartieri, nelle fabbriche, nella scuola. Oggi c’è la rete, ma non basta. Obama faceva comizi, anche piccoli. Così Sanders e i democratici. Comizi in camicia come li facevamo noi negli anni 50 e 60. Salvini l’ha capito, infatti è l’unico che fa ancora comizi.

Il segretario Zingaretti intanto fa appello all’unità del partito. Renzi riuscirà ad accettarlo?
Lo spero. Con lui non ho mai parlato. Non nego che abbia delle qualità. Ma da come interviene si capisce che non ha esaminato autocriticamente le ragioni della sua caduta. Continua a dare le responsabilità agli altri, non vede il suo eccessivo personalismo. Da questo punto di vista non ha riflettuto. Invece dovrebbe. Potrebbe avere un avvenire politico, ma dentro una forza politica. Così si faceva nella Dc, visto che viene da lì. I ‘cavalli di razza’ si alternavano, Moro, Fanfani, De Mita. Fra loro c’è stata competizione, a momenti anche molto dura, ma avevano capito che se si spaccavano finivano. Dopo il ’ 68 Moro, che era stato presidente del consiglio, fu messo fuori dai dorotei; lui fece una corrente e al congresso prese il 7 per cento. Poi però diventò presidente del consiglio e capo del partito fino a quando fu rapito e ucciso. Questa è la dialettica.

Non so se l’ha capito Renzi: se spacca, darà certo un colpo al Pd ma anche lui conterà niente. Se ne è capace, deve reggere una dialettica: competa, il futuro non lo sa nessuno.
Zingaretti ha i numeri per questa fase così delicata? 
Oggi in tutto il mondo politico non c’è più il meglio: i grandi partiti, i Togliatti, i De Gasperi, i Moro e i Nenni. Siamo in piena crisi della politica, altrimenti non avremmo i Di Maio e i Salvini. E la sinistra vive in questa crisi. Quindi bisogna stare attenti a quello che c’è, valutare quello che è possibile. Zingaretti è il meno peggio che oggi il Pd possa esprimere. Ha equilibro, sensibilità, un minimo di cultura politica, ha fatto il parlamentare europeo, ha fatto bene presidente di regione. Io non sono iscritto al Pd, ho scritto un libro che si intitola «Al capolinea» e per me il Pd soffre il modo com’è nato. Ma siccome ora non c’è altro – ripeto: non c’è altro – dico a tutti che demolirlo significa rafforzare la destra. Quindi bisogna semmai dare argomenti, suggerire temi, mettere in campo questioni, anche fuori dal partito. E bisogna avere la capacità di cogliere quello che di positivo c’è fuori dal partito. Avere molta attenzione a l mondo sindacale: il Pd, e non solo Renzi, ha la responsabilità di non averlo capito. E in Italia la questione sociale si intreccia alla questione dell’immigrazione. Perché la questione sociale resta sempre essenziale per una forza di sinistra.
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domenica 18 marzo 2018

Adesione all’Associazione IUniScuoLa











Oggetto: Adesione all’Associazione IUniScuoLa con sede in Milano – versamento quota associativa annuale.


                            Il Presidente dello IUniScuoLa




                                           PREMESSO


 
che il Ministero dellaPubblica Istruzione–Gabinetto ha inviato, la   nota UO/4 prot.n  8882/FR del 4 ottobre 2006 , -avente per oggetto :

Associazione IUniScuola - trattenute per contributi sindacali.
Comunicazione numero c/c bancario e Codice fiscale-, agli Uffici scolastici periferici-
                                         CONSIDERATO


il persistere delle difficoltà di contabilizzazione e/o riscossione delle trattenute sindacali mensili  sullo stipendio, pensione e su qualsiasi altro trattamento ;

                               Determina e CONFERMA 
anche per il 2018 la non attivazione delle nuove deleghe sindacali per la trattenuta sulla retribuzione e sulla pensione, fatto salvo quelle in essere.

 

Milano 2 marzo 2018

Leonardo Donofrio-Presidente IUniScuola


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MODULO DI ADESIONE ALL’ ASSOCIAZIONE IUniScuola 2018
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mercoledì 14 febbraio 2018

Rinnovo del contratto riguarda 1,2 milioni di dipendenti

Fedeli: “Rinnovato il contratto per 1,2 mln di dipendenti.
Valorizzare chi lavora nella filiera della conoscenza è investire su futuro.
Per gli insegnanti aumento medio di 96 euro”
Madia: “Rinnovo riconoscimento giusto e doveroso”
“Il rinnovo del contratto riguarda 1,2 milioni di dipendenti. Siamo molto soddisfatti per l’intesa raggiunta che, voglio ricordarlo, arriva dopo otto anni di mancati rinnovi. Avevamo preso un impegno preciso, lo abbiamo mantenuto. Abbiamo lavorato, in questi mesi, nel solco dell’intesa siglata il 30 novembre del 2016 e siamo andati anche oltre, riuscendo a garantire aumenti superiori a quelli previsti, con l’obiettivo di dare il giusto e necessario riconoscimento professionale ed economico alle nostre lavoratrici e ai nostri lavoratori. Perché valorizzare chi opera nei settori della conoscenza, ne siamo convinti, significa impegnarsi per garantire un futuro di qualità alle nostre giovani e ai nostri giovani”. Così la Ministra dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Valeria Fedeli, commenta il rinnovo del contratto del comparto del settore ‘Istruzione e Università’ che comprende Scuola, Università, Alta formazione artistica, musicale e coreutica (AFAM), Ricerca. Sono esclusi i docenti universitari, il cui rapporto di lavoro non è contrattualizzato.
“Il contratto siglato è il frutto di un importante e serrato lavoro di confronto. Ringrazio le Organizzazioni sindacali, l’Aran, la Funzione pubblica che hanno operato per raggiungere questo risultato, che rappresenta non un punto di arrivo, ma di partenza. Gli aumenti garantiti e le novità contenute nel contratto avviano un percorso significativo di valorizzazione delle professionalità che lavorano nei nostri settori. È stato raggiunto un risultato che offre migliori condizioni ai dipendenti, penso ad esempio alla qualità delle relazioni sindacali, e che mette al centro anche le nostre ragazze e i nostri ragazzi con regole certe per la continuità didattica. Si tratta di un lavoro che ora deve proseguire con convinzione, nella consapevolezza che viviamo in una società e in una economia della conoscenza in cui ciò che offriamo sul piano della formazione ai nostri giovani è centrale per un futuro che li veda protagonisti e capaci di interagire con i cambiamenti in atto e non di subirli. Con il rinnovo abbiamo segnato una pagina importante che non deve restare isolata”, chiude Fedeli.
“Proseguiamo il lavoro iniziato tre anni fa: dopo il contratto degli statali, quello del comparto sicurezza e difesa e dei vigili del fuoco, abbiamo rinnovato anche il contratto del comparto conoscenza. Un riconoscimento giusto e doveroso a tutte le donne e gli uomini che si occupano della formazione e della crescita dei bambini e dei ragazzi”, sottolinea la Ministra per la Semplificazione e la Pubblica Amministrazione Marianna Madia.
Sono coinvolti dal rinnovo 1.191.694 di dipendenti, oltre un milione nella sola scuola, 53.000 nelle Università (esclusi le e i docenti universitari), 24.000 negli Enti di ricerca e 9.500 nell'AFAM. Il nuovo contratto si riferisce agli anni 2016, 2017 e 2018.
In particolare il comparto e l'area dirigenziale dell'Istruzione e della Ricerca comprendono i dipendenti:

  • della Scuola: docenti, educatori, amministrativi, tecnici ed ausiliari;

  • dell'AFAM: direttori, docenti, coordinatori, assistenti, coadiutori;

  • dell'Università: dirigenti, elevate professionalità e personale amministrativo;

  • degli Enti pubblici di ricerca:  personale amministrativo e tecnico, tecnologi e ricercatori di 21 enti.

A tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori sarà riconosciuto l’aumento stipendiale previsto dall’intesa del 30 novembre 2016 tra Governo e Organizzazioni sindacali, anche grazie alla previsione di un apposito intervento perequativo, che interessa soprattutto le qualifiche iniziali. Il contratto, inoltre, per valorizzare ulteriormente la professionalità dei docenti delle istituzioni scolastiche e dell’AFAM e il fondamentale ruolo che rivestono nella società, assegna loro un ulteriore riconoscimento economico, che consente di giungere a un incremento stipendiale complessivo medio di 96 euro al mese per i docenti delle scuole (gli aumenti vanno da 80,40 euro a 110) e di 105 euro al mese per i docenti dell’AFAM. Più di quanto previsto dall’intesa di novembre. Per gli ATA delle scuole l’incremento medio è di 84,5 euro (si va da un minimo di 80 a 89 euro), per l’università di 82 euro, per ricercatori e tecnologi di 125 euro, per l’area amministrativa della ricerca di 92 euro, per l’ASI di 118 euro. Salvaguardato, per le fasce retributive più basse, il bonus di 80 euro.
Non solo incrementi stipendiali. Con la firma del contratto scuole, università, enti di ricerca e istituzioni AFAM si avvantaggeranno anche di regole innovative per migliorare l’organizzazione del lavoro e tutelare e riconoscere l’impegno delle lavoratrici e dei lavoratori.
Scuola
Per la prima volta, il contratto riconosce la scuola quale comunità educante, di dialogo, di ricerca, di esperienza sociale, ispirata ai valori democratici e alla crescita della persona in tutte le sue dimensioni. Vengono regolate la parte normativa del rapporto di lavoro e le relazioni sindacali, intervenendo sui relativi strumenti, per consentire un corretto e proficuo confronto, e consentendo alla contrattazione integrativa di finalizzare specifiche materie in tema, tra l’altro, di offerta formativa e di processi di innovazione e valorizzazione delle professionalità. Il personale docente e ATA delle scuole beneficerà di una sequenza contrattuale che servirà a studiare un nuovo modello di sviluppo professionale, adeguato ai tempi. Per i docenti, ciò potrà portare, per la prima volta, ad istituire una carriera.
Si prevede la contrattazione dei criteri generali per la determinazione dei compensi per valorizzare il merito dei docenti, ferma restando la procedura di assegnazione. Entra così a regime il cosiddetto “bonus” dei docenti, previsto dalla legge 107 del 2015.
Centralità viene poi data anche all’esigenza fondamentale di garantire sempre di più il principio della continuità didattica alle ragazze e ai ragazzi: i docenti rimarranno per almeno tre anni sull’istituzione scolastica assegnata e richiesta volontariamente. Il contratto prevede anche nuove misure a salvaguardia delle studentesse e degli studenti e di un sano rapporto con le loro e i loro docenti. Si prevedono misure disciplinari per chi usa in modo improprio, ovvero con fini non coerenti con l’obiettivo dell’istruzione, della formazione e dell’orientamento, i canali di comunicazione informatici o i social per relazionarsi con gli studenti. I docenti che dovessero violare la fiducia accordatagli, mettendo in atto comportamenti o molestie di carattere sessuale nei confronti dei loro alunni, saranno licenziati.
Università, Ricerca, AFAM
Per le Università, nello specifico, si prevedono misure innovative per il personale che lavora nelle Aziende ospedaliere nonché per i Collaboratori ed esperti linguistici, risolvendo alcune questioni rimaste aperte da tempo e mai risolte. Inoltre – aspetto particolarmente qualificante – sono previste nella sequenza contrattuale maggiore flessibilità per le categorie e la creazione di nuove  aree professionali.
Per gli Enti di ricerca si confermano le forti specificità già significativamente riconosciute dal decreto legislativo 218 del 2016 per il ruolo e per l’importanza che rivestono i ricercatori e tecnologi per la crescita e l’evoluzione del sistema Paese. Sono introdotte misure per la maggiore flessibilità del Fondo per le progressioni economiche del personale.
Per il personale delle AFAM, si prevede che il ruolo di professore di seconda fascia divenga ad esaurimento, puntando a un modello che vede il passaggio verso la prima fascia e fatte salve le graduatorie esistenti.

  • Il comunicato dell’ARAN con il testo dell’ipotesi di accordo relativa al comparto istruzione e ricerca

  • Comunicato stampa dell'11 febbario 2018




     

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Etichette: ccnl scuola 2018

lunedì 27 novembre 2017

I comunisti e il Mezzogiorno. Un contributo per costruire l'Italia del futuro


Il 1° maggio il Presidente del Consiglio Letta, in perfetta coerenza con quanto ha detto e fatto in questi anni il PD, annuncia che la legge Fornero sul mercato del lavoro sarà modificata perché ci sono troppo limitazioni ai contratti di flessibilità.

Si prepara quindi un ulteriore allargamento della precarietà, dell’insicurezza e del disagio sociale. Tutto il contrario di quello che serve ai giovani e al sud.
Tutto ciò diventa offensivo e beffardo se si guarda alla condizione materiale dei giovani e del mezzogiorno che sono ormai segnati da una disperazione senza fine.
Nel Sud la disoccupazione è raddoppiata negli ultimi anni e tocca il 17,9%, mentre tra i giovani la disoccupazione raggiunge ormai il 70 %circa il doppio della media nazionale che si attesta al 35,3 % .

Dietro questi numeri  asettici ci sono milioni di persone,particolarmente giovani ragazze e ragazzi, che non hanno né speranza né futuro.
Le politiche neoliberiste all’insegna del rigore e dell’austerità hanno provocato una macelleria sociale di cui i più deboli pagano i prezzi più alti nella mancanza di diritti,opportunità e tutele sociali e nella crescita esponenziale della disoccupazione e della povertà di massa.
Il paese è in piena recessione e il Sud paga un conto salatissimo. Tutti gli indicatori economici,sociali, civili e culturali denunciano l’aggravamento della situazione del mezzogiorno. Reddito, occupazione e Pil sono in caduta libera anche per effetto della crisi che colpisce più pesantemente i ceti sociali ed i territori più deboli. Ma anche la qualità dei servizi (scuola, sanità, trasporti, ecc.), i diritti di cittadinanza e le condizioni di vita sono assai peggiorati. La piovra della criminalità organizzata, nelle sue diverse forme ed articolazioni,e nonostante i pesanti colpi ricevuti, è diventata sempre più potente e prepotente e controlla economie e territori estendendo i suoi tentacoli a tutto il paese.
Oggi la nuova questione meridionale si intreccia con una drammatica“questione giovanile”.  Si tratta di un tema che riguarda proprio le risorse umane, le intelligenze, le forze di cui dispone il Mezzogiorno e che possono essere messe a disposizione di un progetto nuovo di rilancio e di futuro del nostro Paese, ma soprattutto di futuro per i giovani.
In tal senso, innanzitutto, riteniamo che occorre lanciare il progetto ambizioso di interrompere il drammatico fenomeno dell’emigrazione giovanile e della fuga dei cervelli, assumendo misure e provvedimenti capaci di incentivare e promuovere nuove forme di lavoro e di occupazione nel Sud per valorizzare lo straordinario capitale umano del Sud.
La grande speranza, per la quale intendiamo spendere l’impegno e la lotta del PdCI, è quella che i giovani possano crescere, formarsi,  studiare, nelle scuole e nelle università del Sud e in seguito avere la possibilità concreta di incontrarsi con un’opportunità occupazionale, con un lavoro adatto alle loro possibilità, ai loro studi, alle loro capacità e competenze in questa terra. Questa è una grande speranza che va alimentata con una lotta politica coerente ed incessante. In questo senso sembra maturo il tempo di una grande battaglia generale per conquistare il diritto al reddito minimo di cittadinanza per i giovani a partire dal sud.
Per questo diciamo questione meridionale come ineludibile questione giovanile. Come questione di difesa della nostra gioventù dalle trame mafiose,che esercitano sempre un’influenza negativa dove manca il lavoro, dove manca il sapere, dove manca la speranza d’un tempo migliore.
Il futuro del Sud è legato ai suoi giovani: se questi vanno via allora fra 20 anni avremo un Sud invecchiato e degradato, a cui è stata sottratta qualsiasi speranza di futuro.
Dopo 150 anni dall’unità d’Italia il divario tra il Nord e il Sud del paese è enorme e la questione meridionale, si è via via aggravata diventando oggi vera e propria emergenza nazionale.
Se l’Italia vuole riprendere la strada del progresso e della crescita uscendo dalla palude della stagnazione e della recessione  non può non guardare al mezzogiorno.
Ciò significa respingere innanzitutto il tentativo di rappresentare la questione meridionale come una mera questione criminale che si affronta con l’invio dell’esercito e con la militarizzazione del territorio.
Ciò significa fare  finalmente i conti con i mali vecchi e nuovi del Sud: arretratezza e ritardo di sviluppo, deficit infrastrutturale,disoccupazione dilagante ed emigrazione intellettuale, povertà diffusa, sistema produttivo asfittico, sistema bancario e creditizio ai limiti dell’usura,pubblica amministrazione inefficiente e burocratica, insediamento di impianti ad alto tasso di inquinamento, luogo di deposito di rifiuti tossici e nocivi,peso crescente delle mafie e della criminalità organizzata.
Ciò significa che oggi è più che mai necessario il  rilancio della battaglia meridionalista che è insieme lotta per il lavoro, per la legalità e contro le mafie.
Il Sud è una grande comunità di 20 milioni di cittadini che paga i prezzi di antiche ingiustizie e di moderne diseguaglianze, ma che può essere una ricchezza straordinaria per il futuro se si batte l’idea che esso serve solo come grande area di consumo dei prodotti del Nord.
Noi Comunisti italiani pensiamo che non c’è futuro per l’Italia se non c’è un’attenzione nuova, una politica nuova verso il Mezzogiorno, se non c’è lo sviluppo del Mezzogiorno.
Per noi il Mezzogiorno è il futuro dell’Italia, proprio perché siamo assolutamente convinti che senza il Mezzogiorno il Paese declinerà ancora di più, conoscerà un futuro sempre più proiettato verso una grave deriva economica ma anche culturale e quella che già nei fatti è una divisione reale potrebbe rischiare di trasformarsi oggettivamente in una separazione istituzionale.
L’unica carta vera, che questo Paese ha a disposizione, è la carta del Mezzogiorno che deve essere sempre più considerato come la grande opportunità,la grande risorsa per il futuro dell’Italia, non più, come invece è avvenuto in questi anni, come tuttora è prevalente, una sorta di peso, di palla di piombo al piede dell’Italia evoluta e sviluppata. Proprio  il contrario. Torniamo dunque a parlare di questa grande indicazione politica, di questa scelta di fondo che si chiama Questione Meridionale. Ciò serve al Sud, serve al Nord, serve all’Italia.
Il Sud può diventare il motore dell’Italia, sapendo chiaramente che non si potrà parlare di crescita per l’Italia se non c’è occupazione e lavoro nel Sud.
Per questo è urgente far crescere nel sud l’Antimafia sociale e culturale e promuovere sviluppo,occupazione, lotta alla povertà, infrastrutture moderne, servizi di qualità per sconfiggere le mafie che infestano il Sud e bloccano il suo sviluppo e la sua libertà. Un recente dossier del CENSIS ha stabilito che senza l'influenza della criminalità organizzata l'economia meridionale sarebbe capace in un paio di decenni di raggiungere quella del Nord Italia.
Ci vuole una svolta profonda.  In questa direzione va compiuta una scelta strategica di fondo, come ha fatto la Germania dopo l’89. Occorre promuovere un grande piano di investimenti pubblici verso il Mezzogiorno, rilanciando l'intervento pubblico nell'economia,aumentando la presenza e l’impegno finanziario dello Stato verso il Mezzogiorno, perché quella è la priorità che va introdotta, se si vuole voltare pagina, intervenendo seriamente e concretamente per ridurre il divario tra il Nord e il Sud e per rilanciare la crescita del paese.
Pensiamo ad un Nuovo flusso di finanziamenti per il Meridione, un “Progetto per il mezzogiorno del XXI secolo”, che possa valorizzare le piccole imprese oneste oggi sottoposte alla concorrenza sleale da parte dell’economia legata alle mafie e alle multinazionali che attraverso pressioni, intimidazioni,formazione di cartelli e trusts risucchiano quasi completamente il valore degli scambi commerciali nel meridione. E’ importante dare priorità assoluta ed un sostegno solido alle aziende che decidono di opporsi in maniera netta ai sistemi mafiosi denunciando forme di racket e pressione sugli appalti. Il Sud ha bisogno urgente di un piano per la difesa del suolo e per il rischio sismico, di interventi per la riqualificazione paesaggistica, ambientale e dei centri storici, di valorizzare le produzioni agricole tipiche mediterranee, di rilanciare le imprese artigianali e gli antichi mestieri radicati nel territorio, di dare impulso ai beni culturali ed al patrimonio archeologico, di sviluppare la produzione di energia da fonti rinnovabili, di promuovere uno sviluppo del turismo fondato sulle risorse del territorio, di ammodernare e potenziare le sue infrastrutture viarie (terra, mare e cielo) per favorire la mobilità e per incentivare le attività economiche.
Spostiamo in questa direzione i soldi del ponte sullo stretto, del rigassificatore di Gioia Tauro, della centrale a carbone di Saline Joniche e di tutti gli altri impianti e stabilimenti devastanti ed inquinanti che si vogliono realizzare nel sud per farlo diventare la pattumiera d'Italia.
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Etichette: ITALIA DEL FUTURO

mercoledì 23 agosto 2017

STORIA DI SAN FELE. Riscoprire la storia per aprirsi ad un nuovo presente e un nuovo futuro


San Fele è un comune di circa 3.500 abitanti della provincia di Potenza. È situato nella parte Nord-Occidentale della Basilicata e fa parte della Comunità Montana del Vulture. È un comune prettamente rurale. Ricordato per la nascita di San Giustino de Jacobis e per la presenza di uno dei maggiori santuari lucani: Santa Maria di Pierno. Come tutti i paesi del Mezzogiorno, San Fele ha subito una forte emigrazione, che si può suddividere in due fasi. La prima quella che va dalla seconda metà del XIX secolo al Primo Dopoguerra. In questa circostanza le mete erano oltre oceano, ossia l’America (in particolare Brasile, Argentina, Stati Uniti e Canada)La seconda invece va dal Secondo Dopoguerra fino al giorno d’oggi. Nei primi decenni, cioè quelli del Boom Economico, le famiglie si trasferirono soprattutto verso Svizzera (in particolare nei dintorni di Lucerna e Zurigo) Germania, Belgio e Nord-Italia (in particolare Piemonte, Lombardia e Toscana). L’emigrazione degli ultimi anni è costituita da giovani che raggiungono le più importanti città italiane (in particolare Torino, Milano, Firenze, e Roma)Storia del paese
Nel lontano 1139, il paese divenne una Baronia ed ebbe il suo stemma: uno scudo sannitico su cui sono disegnati tre montiIl territorio del comune di San Fele, in epoche lontane, prima che vi fossero costruiti il castello (969 d.C) e le abitazioni (1036 – 1037 d.C) fu abitato dagli Ausoni, un popolo che si pensa provenisse dall’Asia. Nelle zone di Santa Croce, di Pierno e della Civita, vi sono grotte dove si trovano graffiti, che dimostrano la presenza in passato di questo popolo. Agli Ausoni si aggiunsero, verso il 200 a.C, gli Indoeuropei, provenienti dall’Iran, che si fusero con gli Ausoni. Verso il 1790 a.C., partiti dall’Arcadia (Grecia), approdarono nei pressi di Metaponto (MT) e si diressero verso il nord della Lucania, numerosi Pelasgi chiamati così dal loro re Pelasgo, che sconfissero Quando poi i Dorici, gli Achei, gli Ioni occuparono le spiagge dell’antica Enotria, i Pelasgi si ritirarono sempre più all’interno tra monti e boschi portandovi la loro civiltà.Numerosi sono infatti i reperti di matrice greca: vasi di argilla, statue, iscrizioni, ritrovate anche nella (Civita) di San Fele. Secondo gli storici, nel secolo ottavo a.C. giunsero in Lucania ed anche nel nostro territorio popolazioni prima residenti nel Molise, guidati dal Luco Lucio, da cui, secondo alcuni studiosi, sarebbe derivato il nome Lucani. Il popolo di Luco Lucio attaccò molte colonie greche dello Ionio e del Tirreno: Metaponto ecc. Nel 1510 a. C. estesero il loro dominio nella Brezia (Calabria) spingendosi fino a Leucopetra, sulle coste della Sicilia. Dopo la caduta dell’Impero Romano, la Lucania, come il resto dell’Italia, venne occupata dai Normanni, i Sassoni e i Longobardi. Nel 969 d.C. fu costruito il castello, come difesa contro gli assalti dei Bizantini dopo la battaglia di Bovino (FG), da Ottone primo di Sassonia, imperatore del Sacro Romano Impero.Le prime case di San Fele furono costruite quasi a ridosso della muraglia esterna del castello.Il paese si estese ancor più quando gli abitanti di Vitalba (città alle falde del Monte Vulture), furono costretti a raggiungere le alture in seguito alla malaria.
Fu così che la pendice orientale del castello, accogliendo i primi ospiti, vide aumentare il numero delle sue abitazioni che si estesero poi fino alle zone estreme della montagna. Nel 1139, San Fele divenne una Baronia ed ebbe il suo stemma: uno scudo sannitico su cui sono disegnati i tre monti: Torretta, Castello e Castelluccio. Sulla cima del monte più alto c’è un genio alato, che regge un globo d’oro nella mano sinistra In alto c’è il motto “son felice son fedele, stò sul monte per vedere. In epoca normanna San Fele e la vallata rientrarono nella contea di Lampo Fasanella, anche se agli inizi dell’epoca il controllo sui luoghi fu esercitato da Gilberto da Balvano. La famiglia di costui, negli anni 1189-1197 fornì i mezzi finanziari per la costruzione del Santuario di Pierno. Nel 1197 moriva Re Enrico, lasciando suo figlio Federico II di appena 3 anni. Costui, affidato alle cure di Papa Innocenzo III, che provvide alla sua educazione religiosa e letteraria, divenne Imperatore nel 1212. Nel 1225 lautorità regia in San Fele era rappresentata dai tre Bàiuli: il milite Valentini, Riccardo Toscano e Riccardo Bonifacio, i quali, oltre allesazione delle rendite feudali, amministravano anche la giustizia, in collaborazione con i cosiddetti buoni uomini, dai quali poi ebbe origine in molte terre il sindaco, non come capo amministrativo, ma come procuratore e rappresentante della collettività o Università. Nel 1231 lImperatore emanò le famose Costituzioni Melfitane a cui fece seguire dei decreti che stabilivano varie imposte Monopolio di Stato. Vari furono i dazi e le imposte indirette, come quelle sul fondaco o l'aliquota focularia.
La pressione tributaria era elevata e ciò provocò sanguinose rivolte nelle terre del Regno. Intanto il figlio dell'Imperatore, Enrico, tramava contro il padre; fu scoperto e privato del Regno, che fu affidato al fratello Corrado ed egli fu menato prigioniero con la moglie e i figli, nel castello di San Fele. Nel 1250 moriva Federico II. Il figlio Manfredi, reggente del Regno fino allarrivo nel Meridione del fratello Corrado, nominò il fratello Enrico (il minore) vice  Re di Sicilia. Invitò poi tutti i Baroni a prestare giuramento di fedeltà al nuovo Re Corrado, il quale temendo che il fratello Enrico potesse togliergli la corona, lo fece deportare con laiuto degli Inglesi, dalla Sicilia, ove esercitava le funzioni di vice  Re, nel castello di San fele, dove Giovanni Moro, il più temibile dei Saraceni di Lucera, nominato da Manfredi castellano e custode del castello  fortezza, prima propinò il veleno e poi strangolò il moribondo fanciullo con le sue mani (M. Paris). A Corrado successe Manfredi. Nel 1258 questi, sebbene nemico del Papa Innocenzo IV, il quale aveva minacciato di mandargli contro un forte esercito, fu costretto a fare atto di sottomissione al Papa. Anche Giovanni Moro fece atto di sottomissione al Pontefice e come segno dellavvenuta riconciliazione concesse la libertà ai numerosi prigionieri milanesi, fatti rinchiudere nel castello da Federico II di Svevia, in seguito ad un tentativo di ribellione, ma vietò ad essi di allontanarsi dal centro.
Il paese vedeva così aumentare il numero dei suoi abitanti con i milanesi liberati che, crearono nuove famiglie e quindi nuovi quartieri: il Nocicchio, l’Airola, i Trave, San Vito, la Torretta. Intanto Manfreda Maletta, zio materno del re Manfredi, si era fatto nominare Gran Camerario e nel 1259 si fece assegnare numerosi beni che la Chiesa di Pierno aveva in San Fele, Muro, Melfi e Rapolla. Questi fece costruire in San Fele, per conto della stessa chiesa, un forno presso la casa Pasca de Michele; un mulino sul torrente Bradano ed una gualchiera sullo stesso fiume. Il Maletta nel gennaio del 1262, per giustificarsi con il Papa Urbano IV di tali usurpazioni, si fece redigere dal notaio Giovanni di Nusco un documento nel quale affermava che i beni di Pierno venivano da lui posseduti a solo titolo di locazione e che la terza parte delle rendite veniva corrisposta al Monastero del Goleto, di cui la chiesa era suffraganea. Il Papa Clemente IV, pur di togliere il Regno a Manfredi, si rivolse a Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, che con un forte esercito scese in Italia,sconfisse lo Svevo presso Benevento il 26 gennaio 1266 e fu proclamato Re di Sicilia.Qualche anno dopo, nel 1268 scese in Italia dalla Germania, Corradino di Svevia, figlio di Corrado per riconquistare il Regno toltogli da Carlo dAngiò, ma venne sconfitto.
Appoggiarono Corradino, ad eccezione di San Fele, che dipendeva dalla Regia Curia, quasi tutte le località della valle: Armaterra, Vitalba,ecc. Carlo dAngio si apprestò quindi a consolidare il suo potere, a destituire i feudatari a lui infedeli e da un atto del 1390 in cui si parla del Casale di Armaterra, in territorio di San Felice. La grancia di Pierno, il Maletta la restituì alle suore del Goleto. Egli cercò di entrare nelle grazie di Carlo dAngiò, consegnandoli come ex Gran Camerario, il tesoro della corona e rimase a corte, perché, come dice il Salimbene, si rendeva ospite gradito per la sua versatilità Durante il dominio degli Angioini, iniziato nel 1266, i Sanfelesi furono sottoposti a maltrattamenti e soprusi di ogni genere, perciò serpeggiavano diffusi malumori, alcuni, temendo rappresaglie, si erano dati alla macchia , come Giovanni Coppola e Marcello da San Fele. E quando l’imposizione fiscale, che gli ufficiali corrottissimi raddoppiavano, rese insopportabili le condizioni di sopravvivenza dei cittadini in seguito ad una nuova tassa, questi insorsero nel 1273, dando vita al Vespro della Valle di Vitalba, riportato dalla tradizione, che precedette di ben nove anni i Vespri Siciliani. Per far fronte alle spese delle nozze della figlia Beatrice, Carlo d’Angiò “cupido ed avaro” aveva aumentato il tributo per quell’anno di trentamila once d’oro, ma i Sanfelesi si rifiutarono di pagare, sottoponendosi al carcere ed alle percosse.
Quando poi un soldato francese tentò di violentare la figlia di un mercante Sanfelese, Bartholomeus de Ruggiero, scoppiò la rivolta. Tutti gli abitanti del casale, per sottrarsi alla vendetta si rifugiarono nell’impenetrabile bosco di Santa Croce e riuscirono per più di un anno ad opporre resistenza ai soldati francesi. I Sanfelesi:”gens in armis potens et stolide ferox” (popolo potente nelle armi ed estremamente coraggioso) ritornarono in San Fele il 15 agosto 1274, perdonati dal re, per intercessione di Altruda, discendente di una potente famiglia normanna, dopo essersi recati a ringraziare la Madonna nel Santuario di Pierno; forse per questo la festività della Beata vergine di Pierno ricorre appunto il 15 agosto. Con la dominazione Angioina il paese fu denominato San Feli, per poi passare al nome attuale di San Fele. Fu in questo periodo che le devastazioni, causate dalle guerre, che affliggevano il regno e la malaria, causarono la scomparsa dei centri vicini come Armatieri, Civita, Montesirico e Vitalba. Documenti importanti delle condizioni delle terre sotto gli Angioini erano i cosiddetti “Cedulari” o schede di imposte per la Basilicata. Essi sono gli unici indizi che noi abbiamo della popolazione di ciascun centro abitato. Le tasse erano formate dall’imposta fondiaria e dai tributi diretti e indiretti: pedaggi, dogana, tassa sui forni, sui mulini, ecc Esse venivano ripartite per ogni fuoco o famiglia e la loro esazione era vigilata dagli “executores"
Dall’imposizione tributaria “Die XXVI Decembris 1278″ si rileva che i feudi della Valle versavano complessivamente un’imposta di 34 once, 17 tarì, 4 grane; San Fele, invece, ne versava da sola 48 once, 13 tarì, segno evidente della considerevole crescita di questo. Morto Carlo d’Angiò, nel 1285 gli successe Carlo II, a questi Roberto d’Angiò e infine il nipote Carlo Martello, che aveva 2 figlie: Giovanna e Maria. Maria sposò il cugino Carlo duca di Durazzo, mentre Giovanna sposò il cugino Andrea, fratello del re di Ungheria. Nel 1343 morì Roberto d’Angiò e Giovanna divenne regina di Napoli. Costei ebbe ben 4 mariti, tra cui, per ultimo, Ottone di Brunswuich, che nel 1838 fu sconfitto da Carlo di Durazzo. Questi divenne re con il nome di Carlo III e fece uccidere nel castello di Muro, Giovanna I, mentre Ottone fu mandato nel castello di San Fele.Con la regina Giovanna II, ser Gianni di Caracciolo nel 1416 riceveva la Grande Baronia della Valle. La lotta per la successione al trono di Napoli che si combattè alla morte di Giovanna II, fra Renato d’Angiò e Alfonso V re d’Aragona e Sicilia durò dal 1435 al 1442. Vinse Alfonso d’Aragona, che prese il nome di Alfonso I, re delle due Sicilie. Nel 1438Renato d’Angiò aveva affidato ad Antonio Caldora, cavaliere di ventura, il compito di sottomettere i paesi e le città che aderivano agli Aragonesi. Quest’ultimo commise saccheggi, devastazioni e incendi e a San Fele distrusse l’inespugnabile castello con le sua bombarde. Con gli Aragonesi arrivarono da noi molte famiglie spagnole. Senza dubbio, i tempi più miseri per il Regno di Napoli furono quando diventò provincia di Spagna. Le imposte aumentarono, il re, ordinata la numerazione dei fuochi, decretò che per ogni fuoco si pagassero 10 carlini, tassa che nel giro di pochi anni andò aumentando fino a carlini 42. Si contavano però solo i fuochi fumanti. Maggiore contributo, a stare alle leggi, avrebbe dovuto darlo un ricco, ma siccome i ricchi comandavano, si era stabilito che i poveri dovessero pagare, completando la somma da pagarsi i ricchi, ove ve ne fosse bisogno”. Oltre allo spadroneggiare dei nobili e dei feudatari, a cui bisognava pagare numerosi pedaggi, che non furono aboliti del tutto prima del 1789, vi fu quello dei banditi per la campagna che uccidevano per un non-nulla. Il 5 dicembre 1456 un disastroso terremoto arrecò molti danni alla Valle e a San Fele. Furono gravemente danneggiati anche la Ciesa e il Convento di Pierno.
Nel 1674 una frana distrusse la zona della piazza del mercato, dove si trovavano le abitazioni delle famiglie nobili più ricche di San fele e molti furono i morti. Così scrive PIER BATTISTA ARDOINI GOVERNATORE DEI DORIA a cui le terre di san Fele andarono nel 1613. Non saranno ancho 5 anni che successe una sotterranea alluvione, che sommerse e profondò più di 40 case, ma con meraviglia estraordinaria, perché si vedevano a pocho a pocho abbassare lintierii edificii, talchè quando i padroni si accorgevano, che si andavano sotterrando, avevano tempo di portare ancho via le robbe e sfratare ogni cosa, e fu di gran danno al luogho, procedendo della superfluità dacque sotterranee, che movendo il terreno e portandolo via, attrahevano poi il peso superiore.
Lo stesso Ardoino così descrive i cittadini Sanfelesi:  Li secolari si dividono in persone civili che si chiamano i Cappelli e plebee sono le Coppole. Fra primi vi sono li più discetti ossequiosi e civili e vi sono Doctori di molta intelligenza e superiorità dognaltra terra e sono di sottilissimo ingegno proportionato alla sottigliezza dellaria. Allincontro sono i coppulanti ladri, sicarij, poltroni e del tutto inimici del fatigare;questi appena nati maneggiano larmi, e non fanno altro studio né stimano gloria maggiore questo di essere, secondo il loro parlare, buoni scoppettieri. Ancora oggi i Sanfelesi per indicare forme di rispetto verso persone ed istituzioni usano il detto: togliersi còppele e cappièdde. Dopo due secoli di dominazione spagnola, il Regno di Napoli divenne provincia austriaca, ma rimase solo trentanni sotto gli Austriaci. Nel 1861, dopo l’unità d’Italia, un’altra banda di briganti, capeggiata da Carmine Donatello detto Crocco, infestò la zona, assediò San fele, ma non riuscì mai a prenderla. Da questo periodo San fele ha seguito un po’ tutte le vicende della storia italiana. L’emigrazione ha dimezzato la sua popolazione. La posizione geografica e la mancanza di rapidi collegamenti con altri paesi l’hanno in qualche modo isolata.
FONTE: 6 apr 1996 — Alla scoperta di un Paese Lucano… Classi II-III sez B scuola media statale ''G.Faggella'' San fele. La grafica di Lucchio.

Persone legate a San Fele

  • Enrico Carlotto di Sicilia - re di Gerusalemme
  • Riscoprire la storia per aprirsi ad un nuovo presente e un nuovo futuro Riscoprire la storia per aprirsi ad un nuovo presente e un nuovo futuro Riscoprire la storia per aprirsi ad un nuovo presente e un nuovo futuro
  • Giovanna I di Napoli - regina di Napoli
  • Francesco Antonio Frascella - arcivescovo
  • San Giustino de Jacobis - religioso e missionario
  • Donato Faggella - magistrato e politico
  • William Edmunds - attore
  • Beniamino Bufano - scultore
  • Manlio Rossi-Doria - economista, politico e accademico
  • Danny DeVito - attore e regista italo-statunitense
  • Giovanni Fasanella - giornalista e scrittore
  • Fabian Cancellara - ciclista su strada
  • Vincent Spano - attore italo-statunitense
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giovedì 27 luglio 2017

Continua la querelle tra la scuola e l’Associazione Italia-Russia






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venerdì 30 giugno 2017

Calendario scolastico. Festività ebraiche 2018



L’art. 5, comma 2, della legge 8 marzo 1989, n. 101, recante «Norme per la regolazione dei rapporti tra lo Stato e l’Unione delle Comunita’ ebraiche italiane», emanata sulla base dell’intesa stipulata il 27 febbraio 1987, dispone che entro il 30 giugno di ogni anno il calendario delle festivita’ cadenti nell’anno solare successivo e’ comunicato dall’Unione al Ministero dell’interno, il quale ne dispone la pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.
Su comunicazione dell’Unione delle Comunita’ ebraiche italiane, si indicano le festivita’ ebraiche relative all’anno 2018:
tutti i sabati;
venerdi’ 30 marzo – Vigilia di Pesach (Pasqua);
sabato 31 marzo e domenica 1° aprile – Pesach (Pasqua);
venerdi’ 6 e sabato 7 aprile – Pesach (Pasqua);
domenica 20 e lunedi’ 21 maggio – Shavuoth (Pentecoste);
domenica 22 luglio – Digiugno del 9 di Av;
lunedi’ 10 e martedi’ 11 settembre – Rosh Hashana’ (Capodanno);
martedi’ 18 settembre – Vigilia Kippur (Digiuno di espiazione);
mercoledi’ 19 settembre – Kippur (Digiuno di espiazione);
lunedi’ 24 e martedi’ 25 ottobre – Sukkot (Festa delle Capanne);
lunedi’ 1° ottobre – Shemini Atzeret (settimo giorno festa delle Capanne);
martedi’ 2 ottobre – Simchat Tora’ (Festa della Torah).
Il calendario delle festivita’ ebraiche e’ pubblicato anche sul sito www.interno.it Religioni e Stato.


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